di Maurizio Troccoli
L’affermazione di Francesco Della Porta ‘La gente non lo sa ma ci sono già due inceneritori in Umbria’ merita senz’altro un titolo. Ma quanto sara vero? Come può spiegarlo? Innanzitutto chi è Della Porta? E’ un componente del comitato ‘No Css di Gubbio’, ma è anche un esperto di temi ambientali. Il suo profilo non torva molti simili in Umbria, essendo stato per 25 anni – (25 anni?) – uno dei protagonisti della Silicon Valley, nel periodo in cui questa ha cambiato il mondo. E’ stato fondatore di start up che hanno fatto il famoso salto in borsa, quotate per milioni di dollari, insomma è un inquilino di lunga data della cabina di comando dell’innovazione tecnologica nel mondo. Si è laureato in Storia economica a Milano, poi in Economia alla Cambridge University e management a Standford. E’ stato venture capital a Milano per 10 anni. Ah, sfuggiva che oggi si diverte a fare impresa in Umbria, occupandosi di olivi e tartufi. La sua affermazione arriva in un momento storico nel quale l’Umbria è invece impegnata ad allontanare lo spettro inceneritore. La nuova amministrazione a guida Proietti (ingegnere ambientale e una delle massime esperte in tema inquinamento, non soltanto in Umbria, con un lungo curriculum di ricerca universitaria nel campo) e con Thomas De Luca assessore (esponente dei 5 Stelle e uno dei massimi assertori di rivoluzioni green) ha garantito che l’inceneritore in Umbria non si farà. E che il ciclo dei rifiuti si chiuderà senza costruire nuove discariche. E questo nonostante il piano rifiuti regionale, tuttora vigente, faccia solo slittare l’accensione del nuovo inceneritore al 2029. Intanto in consiglio regionale è stata bocciata la mozione sulla costruzione del nuovo inceneritore, mentre le aree in cui si dovrebbe realizzare, stando al piano, sono intorno a Orvieto. Secondo Della Porta a guastare la festa alla rivoluzione green umbra c’ha pensato il Governo Meloni che, autorizzando il Css (combustibile solido secondario derivato dal trattamento dei rifiuti solidi urbani secchi) da potere bruciare all’interno dei cementifici, li avrebbe sostanzialmente trasformati in veri inceneritori. Anzi – vedremo a breve perchè secondo l’esperto – peggio dei classici inceneritori. Va anche precisato che il Css può essere bruciato anche nelle acciaierie, per cui in Umbria ci sarebbero almeno 3 forni che lo bruciano, se il cementificio di Foligno non fosse tuttora autorizzato. Per capire meglio facciamo un passo indietro.

Della Porta, ci può spiegare da quanto tempo esiste il problema del traffico di rifiuti pericolosi e quali sono le misure internazionali adottate fino ad oggi?
Il traffico di rifiuti non è affatto una novità. La Convenzione di Basilea, adottata nel 1989 ed entrata in vigore nel 1992, è il principale strumento internazionale per il controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e il loro smaltimento. Al momentodellasua ratifica, il Governo italiano si era dichiarato favorevole a un sistema globale che garantisse una gestione ecocompatibile di questi rifiuti. Questa convenzione cercava di contrastare il traffico di rifiuti tossici – che comprendeva anche pneumatici e plastica – che venivano esportati dai paesi industrializzati verso il Sud del mondo, in regioni come Africa, Caraibi, America Centrale e Sud Est Asiatico.
Quali sono invece le novità introdotte dal governo Meloni?
Il 5 agosto 2025 il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che introduce alcune misure ambientali, tra cui un’importante norma che incentiva l’utilizzo del combustibile solido secondario (Css)—ossia rifiuti di plastica e altri 50 materiali—nei processi industriali, soprattutto nei cementifici. Questo nuovo decreto semplifica anche le autorizzazioni per il trasporto via mare dei rifiuti, sia in acque nazionali che internazionali. A differenzadellaConvenzione di Basilea, che tutelava l’ambiente di paesi terzi, questa legge consente di fatto di bruciare in Italia quei rifiuti pericolosi che prima venivano spediti all’estero, permettendo una contaminazione incontrollata del nostro territorio.
Questa nuova legge segue altre disposizioni precedenti…
Sicuramente. Il decreto Cingolani del 2022 ha stabilito che l’uso di rifiuti come combustibile nei cementifici non richiede autorizzazioni particolari come la Valutazione di impatto ambientale, poiché non costituisce una “modifica sostanziale del processo”. Grazie a questo decreto, i cementifici italiani sono diventati di fatto inceneritori di rifiuti tossici, senza controlli, autorizzazioni o ispezioni rigorose. Il recente decreto del 2025 di fatto permette loro di bruciare rifiuti provenienti da qualsiasi fonte.
Ci può parlaredellasituazione a Gubbio, in particolare riguardo ai controlli sui cementifici?
A Gubbio, i due cementifici autorizzati possono bruciare fino a 100mila tonnellate di rifiuti ogni anno, che corrisponde a circa 3500 camion (tir per la precisione), ossia 16 camion di rifiuti ogni giorno feriale. Durante un incontro con Europa Verde Umbria il 28 maggio 2025, Alfonso Morelli, il direttore di Arpa Umbria, ha chiarito che Arpa non ha la giurisdizione per controllare cosa contengono i camion che arrivano nei cementifici. Inoltre, grazie al decreto Cingolani, i cementifici sono soggetti a normative sulle emissioni meno stringenti di un inceneritore tradizionale.
Quali interessi economici sono dietro queste decisioni governative?
Io vedo quattro principali interessi dietro queste scelte: primo, i petrolieri che vendono plastica vergine; secondo, le aziende impegnate nella raccolta, traffico e smaltimento dei rifiuti; terzo, i produttori di imballaggi monouso, che rappresentano circa la metà dei rifiuti urbani; e quarto, le aziende energivore, come i cementifici, che usano i rifiuti come combustibile rinnovabile, il Css. Questi combustibili generano anche crediti di carbonio nel sistema italiano, venduti a circa 75 euro a tonnellata.
Quali sono gli effetti negativi di questa situazione?
Ci sono due effetti perversi: da un lato, l’aumento del riscaldamento globale, visto che se l’industria del cemento fosse uno Stato sarebbe il quarto maggiore produttore di Co2 al mondo; dall’altro, un inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo con residui insalubri e non riciclabili. Cementieri, petrolieri, produttori di imballaggi e gruppi criminali sembrano una lobby quasi invincibile. Dall’altra parte però c’è la vitadellefuture generazioni, destinate a vivere in un pianeta più caldo e inospitale, con microplastiche presenti persino nel latte materno, e stanno soffrendo anche la flora e fauna marina. Ci sono poi aziende che propongono alternative green, contro la potente lobby dei petrolieri.
Ci può descrivere i paradossi che ruotano attorno al ciclodellaplastica e del cemento?
Certamente. L’offerta di plastica è inelastica: è uno scartodellaraffinazione del petrolio, per cui la quantità e i prezzidellaplastica dipendono dalla domanda e prezzo del petrolio, non dal consumo di plastica. La plastica “usa e getta” è nata proprio per far smaltire la sua enorme produzione. La plastica non si ricicla veramente: dall’iniziodellasua produzione fino al 2021, delle 11 miliardi di tonnellate prodotte, solo due miliardi sono ancora in uso; sei miliardi sono finiti in discariche, oceani o ambiente; solo un miliardo è stato riciclato e 1,5 miliardi incenerito. Ogni anno buttiamo 188 milioni di tonnellate di plastica e nel 2040 si stima saranno 380 milioni, con un incremento prevedibile fino a 600 milioni nel 2050 circa. Un terzo di questi saranno imballaggi monouso.
Se alcune plastiche sono tecnicamente riciclabili, perché si preferisce bruciarle?
Il Pet e il Pe sono riciclabili solo un numero limitato di volte, ma la selezione e il riciclo costano più che produrre plastica vergine. Altre plastiche non sono davvero riciclabili per motivi economici e tecnici. Quindi ogni anno il Nord del mondo spedisce milioni di tonnellate di plastica monouso al Sud del mondo che finirà bruciata, seppellita o dispersa nell’ambiente.
La conoscenza dell’impattodelleemissioni di Co2 dai combustibili fossili è recente o risale a tempo fa?
Si tratta di una conoscenza vecchia. Già nel 1954, la Western States Petroleum Association, negli Usa, commissionò uno studio al Caltech per valutare le conseguenzedelleemissioni di Co2 dai combustibili fossili, avvertendo di possibili gravi danni per la civiltà a lungo termine. Nonostante ciò, i produttori di petrolio e plastica hanno fatto di tutto per negare il riscaldamento globale e per promuovere l’idea che la plastica si possa riciclare efficacemente, fenomeno assai simile a quanto fecero i produttori di sigarette per decenni negando i danni causati dal fumo.
Qual è la situazione attuale dell’industria del cemento in Italia e le sue implicazioni ambientali?
Il consumo di cemento è in calo in Occidente. Cinquant’anni fa c’erano 40 cementifici in Italia, ora sono 20 e molti sono in funzione solo come inceneritori. Alcuni progetti pubblici, come quello del ponte di Messina, sono promossi per stimolare il consumo di cemento, ma il costo ambientale è altissimo. Produrre una tonnellata di cemento genera circa 700 kg di Co2, metà dai combustibili impiegati e l’altra metà dal processo chimico stesso di trasformazionedellamarna in clinker.
Qual è la relazione tra petrolieri e cementieri riguardo alla gestione dei rifiuti?
I petrolieri, che non sanno dove mettere la plastica in eccesso, hanno trovato un “soccorso” nei cementieri che consumano combustibili ma non sanno più come utilizzare i loro forni. Grazie a ministri dell’ambiente compiacenti, è stato decretato che i rifiuti sono considerati energia rinnovabile. Bruciando rifiuti, i cementieri guadagnano triplicemente: non pagano il combustibile, sono pagati per smaltire i rifiuti e incassano crediti di carbonio.
Come reagiscono i cementieri alla crescente protesta pubblica?
Ammettono che il riscaldamento globale è inevitabile e che per mitigare gli effetti di eventi climatici estremi serve costruire grandi infrastrutture. Di conseguenza sarà necessario produrre più cemento, creando un circolo vizioso: più cemento per difendersi dal clima estremo ma più cemento significa più riscaldamento del pianeta. È evidente che questa non è la soluzione.
Quali sono i rischi per la salute associati alla combustionedellaplastica nei cementifici?
Bruciare plastica a temperature molto elevate, come negli inceneritori, è cancerogeno, ma bruciarla a temperature più basse è ancora più inquinante perché gli additivi contenuti nella plastica non si decompongono completamente, rilasciando sostanze tossiche come diossine e ritardanti di fiamma che contaminano aria, acqua e suolo anche a distanza. I forni dei cementifici si accendono e spengono spesso, durante le fasi di riaccensione la temperatura è bassa per ore o giorni, aumentando notevolmente le emissioni nocive.
Ci sono dati epidemiologici che confermano un impatto sanitario nella zona di Gubbio?
Sì, il registro tumori umbro, che è stato riattivato dalla nuova amministrazione di centro-sinistra dopo essere stato bloccato nella precedente, mostra che il territorio di Gubbio e dell’Alto Chiascio è in testa per numero di tumori negli uomini e terzo per numero di tumori nelle donne nella regione Umbria.
Quali controlli esistono sugli impianti cementieri e cosa ci dicedellaloro efficacia?
Purtroppo, Arpa non può controllare cosa entra nei forni dei cementifici e l’incenerimento di rifiuti non richiede valutazioni di impatto ambientale. I limiti di emissione ammessi per i cementifici sono più permissivi di quelli imposti agli inceneritori. Inoltre, le centraline di monitoraggio dell’aria a Gubbio sono gestite dai cementifici stessi, che inviano i dati a Arpa con qualche giorno di ritardo. Questi dati vengono pubblicati non per allertare tempestivamente la popolazione, ma per tranquillizzarla ed evitare il panico in caso di incidenti.
Come sono rilevati e comunicati i dati sulle emissioni inquinanti?
Le misure pubblicate sono medie giornaliere o mensili. Per esempio, le Pm10 e Pm2.5 sono mediate su 24 ore, mentre i metalli pesanti come arsenico, cadmio, cromo e piombo sono rilevati su base mensile per alcune stazioni. Questo significa che eventuali picchi orari di inquinamento vengono nascosti dalla mediazione dei dati. Una dipendente di Arpa ha giustificato queste scelte dicendo che il ritardo serve a “evitare il panico”. È evidente che il sistema sembra pensato più per controllare l’opinione pubblica che per proteggere la salute dei cittadini.
Qual è la sua opinione circa il ruolo di Arpa e le possibilità di un controllo efficace?
Arpa sembra priva del potere reale di monitorare e far rispettare i limiti ambientali a causa di vincoli normativi e di un evidente conflitto di interessi, vista la gestionedellecentraline e la modalità con cui vengono pubblicati i dati. Questo fa sì che la popolazione sia potenzialmente esposta a rischi invisibili e che gli effetti dannosi sulla salute e sull’ambiente non vengano tempestivamente affrontati.
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